30 Novembre 2016

Nell’alimentazione contro le allergie i tempi possono fare la differenza

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Il dibattito è ancora aperto, ma sono molti gli studi che sottolineano l’importanza di introdurre gli alimenti in un determinato momento nella dieta dei piccoli per poter ridurre il rischio di sviluppare allergie alimentari, in particolare quelle a uova e noccioline.

Cosa dicono oggi gli esperti

Prevenire o ridurre il rischio di allergie alimentari e malattie autoimmuni studiando con attenzione i tempi di introduzione dei cibi nell’alimentazione dei bimbi. È un tema oggi più che mai al centro dell’attenzione degli esperti di tutto il mondo anche alla luce del numero di bambini e adulti che soffrono di qualche forma di allergia o sensibilità verso particolari alimenti. Per cercare di fare chiarezza su un argomento tanto discusso e tanto importante in termini di salute pubblica, i ricercatori dell’Imperial College di Londra coordinati da Robert Boyle hanno valutato i dati finora pubblicati sull’argomento includendo nell’analisi finale ben 146 studi per un totale di oltre 200.000 bambini coinvolti. “Le linee guida attuali non consigliano più ai genitori di ritardare l’introduzione di alimenti potenzialmente allergenici nella dieta dei loro figli, ma in genere non raccomandano di far assaggiare precocemente tali cibi ai piccoli” spiegano gli autori sottolineando che le incertezze derivano dalle differenze tra il disegno sperimentale e le metodologie dei diversi studi e soprattutto dai diversi meccanismi immunitari che possono determinare allergie o sensibilità alimentari o malattie autoimmuni come il diabete o la celiachia.

Per uova e arachidi è meglio anticipare

Per quanto riguarda uova e arachidi, i risultati dello studio pubblicato da Boyle e colleghi sulla prestigiosa rivista JAMA suggeriscono che sia meglio che i piccoli assaggino presto questi alimenti. Entrando più nel dettaglio, dall’analisi di 5 studi (1915 partecipanti) emerge che introdurre nell’alimentazione le uova attorno ai 4-6 mesi di vita del bambino riduce il rischio di sviluppare allergie a questo alimento rispetto a un’introduzione più tardiva. Discorso simile anche per le arachidi, con dati che derivano dall’analisi di 2 studi (1550 partecipanti): il rischio di allergia si riduce se l’alimento viene introdotto tra i 4 e gli 11 mesi del bambino. Letti in termini assoluti i risultati dimostrano che, seguendo queste tempistiche di introduzione, si potrebbe ridurre il rischio di allergia all’uovo di 24 casi su 1000 e di allergia alle arachidi di 18 casi su 1000. “I nostri dati sembrano essere in netto contrasto con le raccomandazioni più datate che suggerivano di ritardare l’introduzione di cibi allergenici nell’alimentazione dei bambini” affermano gli autori che poi precisano: “Bisogna comunque ricordare che da soli questi numeri non sono sufficienti per raccomandare l’introduzione precoce di uova e arachidi nella dieta di tutti i bambini”. È sempre importante adeguare le raccomandazioni a ciascun contesto specifico.

Mancano indicazioni chiare per altri alimenti

Se per uova e arachidi i risultati permettono di trarre conclusioni piuttosto definitive, la situazione cambia quando si guarda ad altri alimenti inseriti nell’elenco delle più comuni fonti di allergie alimentari. Per il pesce, per esempio, l’analisi dei ricercatori britannici suggerisce che l’introduzione precoce può ridurre la sensibilizzazione (se l’alimento è introdotto tra 6 e 9 mesi) e lo sviluppo di riniti allergiche (tra 6 e 12 mesi), ma i risultati hanno un livello di certezza basso o molto basso e di conseguenza devono essere letti e interpretati con grande attenzione. Parlando invece di glutine, dallo studio non emerge un’associazione tra il momento in cui l’alimento contenente glutine viene introdotto nella dieta del bambino e lo sviluppo successivo di malattia celiaca. “In linea generale i risultati ottenuti da questa revisione della letteratura sono a sostegno dell’ipotesi che inserire precocemente nell’alimentazione un alimento allergizzante permette di ridurre il rischio di sviluppare allergia contro quello stesso alimento (ma non contro altri)” spiega Boyle che poi conclude: “È la cosiddetta tolleranza orale, un fenomeno dimostrato solo recentemente nell’uomo”.

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Fonte:
Ierodiakonou D, et al. JAMA 2016;316(11):1181-1192.

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