Indice glicemico in etichetta: i pro, i contro e la legge italiana

In questo post..

Il dibattito sull’opportunità di inserire tra le informazioni presenti in etichetta anche il valore dell’indice glicemico divide da tempo gli esperti di tutto il mondo. Ma la legge italiana parla chiaro.

Indice glicemico: cosa succede nel mondo

L’importanza dell’indice glicemico (IG) per la salute è riconosciuta quasi all’unanimità dalla comunità scientifica internazionale, seppur con una serie di precisazioni e limitazioni, ma non sono molti i Paesi che permettono ai produttori di inserire in etichetta questo valore. Le ragioni di tale apparente discrepanza tra scienza e legislazione è legata a diversi aspetti dell’IG e al fatto che, se non interpretato in modo corretto, il valore potrebbe spingere i consumatori a scelte non adeguate dal punto di vista nutrizionale.

In Australia, gli esperti della Glycemic Index Foundation, sostenuti anche dalla University of Sidney, hanno sviluppato il GI Symbol, un “bollino” nato con lo scopo di aiutare le persone a scegliere cibi con basso IG in modo semplice e veloce di fronte agli scaffali del supermercato. I cibi che riportano in etichetta questo marchio hanno un valore dell’IG determinato da laboratori accreditati e devono anche rispettare criteri nutrizionali molto stringenti in termini di contenuto energetico, grassi saturi e sodio. In Canada, di contro, gli esperti di Health Canada hanno pubblicato sulla rivista American Journal of Clinical Nutrition un articolo dal quale emerge una valutazione non positiva dell’indicazione dell’IG in etichetta. Secondo gli autori infatti, riportare l’IG in etichetta potrebbe confondere i consumatori e non aggiunge nulla di fondamentale alle informazioni nutrizionali già presenti sulla confezione del prodotto o alle linee guida alimentari che aiutano i consumatori a scegliere in modo consapevole cosa portare a tavola.

Cosa dice la legge italiana

L’indicazione in etichetta del carico o dell’indice glicemico è stata protagonista di un documento pubblicato il 17 luglio 2017 dalla Direzione Generale per l’Igiene e la Sicurezza degli Alimenti e la Nutrizione del Ministero della Salute. Come si legge nel documento, la pubblicazione è stata sollecitata da alcune notifiche di alimenti che recavano in etichetta l’indicazione relativa al basso carico glicemico e che hanno fatto sorgere dubbi sulla legittimità di riportare tali informazioni. Dopo aver analizzato a fondo la situazione, gli esperti del Ministero sono giunti alla conclusione che “… l’uso in etichetta di indicazioni di carico o indice glicemico, in assenza di claim sul contenimento della glicemia post-prandiale autorizzati per un alimento o uno dei suoi componenti, appare in contrasto con il quadro normativo in vigore”.

ragazza al supermercato che legge l'etichetta di un prodotto

Il quadro normativo citato è rappresentato dal Regolamento (CE) 1924/2006 che definisce le regole cui devono sottostare tutti i claim sulla salute che appaiono in etichetta, ovvero “Qualunque indicazione che affermi, suggerisca o sottintenda l’esistenza di un rapporto tra una categoria di alimenti, un alimento o uno dei suoi componenti e la salute”. In altre parole, scrivere in etichetta che un alimento ha un basso carico glicemico sottintende che consumarlo aiuta l’organismo a mantenere bassi i valori di glicemia dopo il pasto, affermazione che deve essere esplicitata se si vuole rispettare la legge. Prima però di poterlo esplicitare, il legame tra alimento e salute (e il relativo claim) deve essere approvato. È già successo per alcuni alimenti come si legge nel Registro Europeo dei claim nutrizionali: per esempio per i beta-glucani dell’avena e dell’orzo è possibile scrivere che “consumarli all’interno di un pasto contribuisce alla riduzione dell’incremento di glucosio post-prandiale”. Attenzione però. Non tutti i prodotti che contengono beta-glucani di avena e orzo sono autorizzati a scrivere ciò in etichetta, ma solo “quelli che contengono almeno 4 grammi di queste sostanze per ogni 30 grammi di carboidrati disponibili in una porzione definita e che sia parte di un pasto”. Leggi molto precise alle quali tutte le aziende produttrici devono uniformarsi.

Fonti:
1. Glycemic Index Foundation. http://www.gisymbol.com/gi-symbol-2/
2. Aziz A, et al. Am J Clin Nutr. 2013 Aug;98(2):269-74.
3. Ministero della Salute. DGISAN 0029507-P-17/07/2017.
4. EU Register on Nutrition and Health Claims. http://ec.europa.eu/food/safety/labelling_nutrition/claims/register/public/?event=search

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