Che rapporto c’è tra vitamina D, rischio di osteoporosi e microbiota?

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Ricerca americana dimostra che negli anziani la composizione del microbioma, ovvero delle caratteristiche geniche dei batteri presenti nel tratto intestinale influisce sui tassi di vitamina D attiva.

L’osteoporosi, con le sue complicanze legate soprattutto alle fratture spontanee e all’impatto che può avere su aspettativa e qualità di vita nella terza età, rappresenta una delle principali sfide per la sanità moderna, visto anche l’invecchiamento della popolazione. Sono diversi gli ambiti di studio in questo senso, soprattutto in termini di prevenzione farmacologica e non. Una ricerca apparsa su Nature Communications condotta dagli scienziati dell’Università della California di San Diego, coordinata dalla responsabile della Clinica dell’Osteoporosi Deborah Kado, punta l’attenzione sul rapporto tra microbioma (il pattern genetico del microbiota intestinale) e disponibilità di vitamina D attiva. Sotto la lente d’ingrandimento degli esperti ci sono in particolare gli uomini anziani, che rappresentano una popolazione a particolare rischio di sviluppare la malattia.

Il microbiota impatta sulla vitamina D attiva

Lo studio, dal titolo “Metaboliti della vitamina D e microbioma intestinale negli uomini anziani“, è stato condotto in quasi 600 uomini anziani analizzando da un lato i metaboliti della vitamina D nel sangue, dall’altro il microbioma intestinale ed ha portato a vedere che quanto più la composizione dei batteri (e di conseguenza il loro materiale genetico) era varia, tanto maggiore era l’associazione con i tassi di vitamina attiva e non del semplice precursore vitaminico. In questo sta la grande novità della ricerca, differente da altri studi clinici osservazionali su migliaia di persone che hanno invece preso in esame i precursori vitaminici.

La stessa Kado infatti segnala come misurare la formazione e la degradazione della vitamina D possa offrire indicazioni più significative dello stato di salute, osseo e non solo, oltre a definire quando e come proporre un’eventuale supplementazione. Tornando alla ricerca, si è visto che esistono particolari ceppi batterici specificamente presenti in caso di ampia disponibilità di vitamina D attiva. Si tratta di 12 famiglie batteriche che hanno una caratteristica in comune, ovvero la produzione di acido butirrico, che gioca un ruolo nella funzione immunitaria e nell’intestino favorisce la protezione della barriera epiteliale. In caso di valori bassi di acido butirrico disponibile si possono avere quindi alterazione nella funzione di “filtro” della parete intestinale stessa.

Dall’indagine emerge un altro dato importante:

l’attività fisica e l’esposizione alla luce solare, oltre all’alimentazione, possono influire sulla disponibilità di vitamina D ma nei soggetti valutati, di sei città diverse, questi aspetti non hanno inciso su questo parametro mentre il ruolo del microbiota appare significativo.

 

Conta molto quanto il corpo è in grado di metabolizzare la vitamina D per renderla disponibile per le ossa e per l’intero organismo, forse anche più della stessa assunzione della vitamina stessa.

Quello che si può dire è che si tratta solo di una prima osservazione: sono necessari altri studi per una miglior comprensione del ruolo del microbiota nel metabolismo della vitamina e soprattutto capire se l’intervento sul microbiota stesso si possa rivelare utile nella prevenzione delle fratture da osteoporosi.

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