Così il microbiota potrebbe aiutare nella cura del cancro

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Il corpo che si difende da solo. È la proposta dell’immunoterapia, che punta a questo obiettivo. Il “giusto” microbiota potrebbe favorire gli effetti del trattamento.

Gli esperti la definiscono “quarta gamba” nelle cure antitumorali, insieme a chirurgia, chemioterapia e radioterapia

È sicuramente la più moderna e affascinante strategia anti-cancro, l’immunoterapia, che già ha offerto una serie di indicazioni di grande interesse e che per il futuro apre la strada ad approccio innovativi nella sfida a tumori difficili da combattere.

Solo due anni fa, i premiati con il Nobel per la Medicina e la Fisiologia proprio per i loro studi in questo ambito Tasuku Honjo dell’Università di Kyoto e James P. Allison preconizzavano per questa modalità di cura un futuro di successo. L’obiettivo è chiaro: immaginare un approccio che, puntando proprio sul sistema immunitario, sia in grado di andare a colpire le unità cellulari patologiche, una per una. Quando si parla di sistema immunitario, in ogni caso, il pensiero non può viaggiare lontano dal microbiota, che ha già dimostrato di essere un potente regolatore, sia in senso positivo che negativo, delle reazioni difensive dell’organismo umano. Così, si stanno sviluppando studi sempre più interessanti, e dal possibile risvolto clinico in tempi non troppo lontani, per capire quale potrebbe essere l’influsso della popolazione batterica presente nell’apparato digerente sulla risposta alle terapie antitumorali di oggi e di domani.

Così i batteri potrebbero influire sulle cure

Si moltiplicano le evidenze scientifiche, per ora solamente sperimentali, che correlano la popolazione batterica intestinale con la risposta al trattamento con farmaci immunoterapici.
Qualche esempio?

Su Science scienziati canadesi hanno recentemente dimostrato (siamo sempre su animali di laboratorio), che un particolare batterio eubiotico, chiamato Bifidobacterium pseudolongum sarebbe in grado di influire sulla reazione dell’organismo di chi viene trattato con immunoterapici anti-cancro semplicemente grazie alle sue attività metaboliche. Il batterio infatti favorisce la produzione di inosina, composto capace di influire sull’attività dei linfociti T, in pratica i “soldati” che debbono riconoscere ed attaccare le cellule tumorali sotto lo stimolo del farmaco immunoterapico.

Al momento ci sono già evidenze in questo senso – sempre in ambito sperimentale – sia su tumori della vescica che in particolari tumori della pelle, come il melanoma, per cui l’immunoterapia ha radicalmente modificato l’aspettativa di vita delle persone colpite. Gli scienziati d’oltre Oceano segnalano come proprio studiando questo batterio ed altri simili, come il Lactobacillus johnsonii, si potrebbe trovare una chiave per potenziare ancora l’attività anti-tumorale dell’immunoterapia.

Qualche dato su questo fronte appare anche per altre forme di tumore, come ad esempio quello renale, nel trattamento del quale l’immunoterapia si sta proponendo sempre più fortemente. Si è visto, come rivela una ricerca apparsa su European Urology, che in caso di neoplasia metastatica la varietà nella composizione del microbiota, con elevato tasso di Akkermansia muciniphila, potrebbe favorire un miglior impatto delle cure.

Questi dati sono relativi all’uomo, ma ovviamente non sono ancora chiari i meccanismi di questa possibile correlazione. Ciò che più conta è che sempre più il corpo umano viene studiato, anche nelle reazioni ai farmaci, non solo come organismo ma anche come aggregato di cellule eucariote, procariote e di archibatteri o archaea.

Sul fronte numerico siamo destinati ad essere “dominati” dagli abitanti del nostro corpo. Il censimento delle cellule microbiche che albergano nel corpo umano è superiore a dieci volte rispetto a quello delle cellule eucariote.

La maggior parte di queste cellule procariote si trova nell’intestino umano, e anche sotto il profilo genetico i genomi di questi batteri contiene un numero di geni più che centuplicato rispetto a quello dell’uomo. Pensare che questi “ospiti” e le loro “perturbazioni”, che si sviluppano all’interno del tubo digerente, non entrino in gioco nella fisiologia e nella risposta ai farmaci è davvero un’utopia.

Ora però la scienza deve comprendere sempre di più come poter influire in senso positivo su questo elemento, anche quando si parla di innovazione terapeutica, come sta accadendo per l’immunoterapia.

Commento di Lorenzo Morelli, Presidente Scientifico Fondazione Istituto Danone

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