Così l’inquinamento impatta negativamente sul microbiota del più piccoli

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Chi l’avrebbe detto? Non contano solo la genetica e le abitudini alimentari già in tenera età a disegnare il microbiota, ma anche lo smog. A segnalare come l’inquinamento ambientale possa giocare un ruolo in questo delicato momento di passaggio, con il microbiota che si modifica assumendo caratteristiche maggiormente proinfiammatorie, è una ricerca condotta dagli esperti dell’Università del Colorado a Boulder, pubblicata su Gut Microbes.

Si tratta della prima osservazione che mostra un chiaro rapporto tra inalazione di composti inquinanti ambientali e conseguente sviluppo di una popolazione batterica maggiormente associata alla genesi di patologie come allergie ed obesità.

La chiave nell’infiammazione

La ricerca ha preso in considerazione i campioni di feci di oltre 100 bambini allattati in maggioranza al seno, con conseguente sequenziamento genico dei ceppi rilevati. I dati osservati sono stati incrociati con la topografia delle abitazioni e con i risultati delle analisi delle centraline per la qualità dell’aria. Sono stati considerati con particolare attenzione i valori di particolato fine (PM2,5 e PM10) e biossido d’azoto, frutto soprattutto della combustione dei motori delle automobili.

Stando a quanto riportano gli esperti, è emerso chiaramente che la tipologia del microbiota nei bimbi esposti a valori più elevati di inquinanti appariva più facilmente associata ad una popolazione batterica maggiormente compatibile con un profilo di tipo proinfiammatorio. Ovviamente, questa predisposizione appare associata ad un maggior rischio di sviluppo di patologie come il diabete, l’obesità e quadri allergici.

Qualche dato? Se i bambini risultavano particolarmente esposti PM2,5 tendevano ad avere un minor tasso di batteri antiinfiammatori: addirittura si è arrivati a misurarne il il 60% in meno considerando il Phascolarctobacterium, un ceppo che ha dimostrato di contrastare l’infiammazione. D’altro canto chi era particolarmente esposto a PM10 aveva l’85% in più del ceppo batterico Dialister, appunto associato all’infiammazione.

Il ruolo dei batteri nello sviluppo

Nel corso dei primi due o tre anni di vita, l’allattamento materno e le scelte alimentari successive, ovviamente insieme alle influenze ambientali ed alle caratteristiche genetiche del bimbo, condizionano la formazione e la varietà del microbiota. Tutto questo ovviamente caratterizza non solo il ruolo dei batteri ma anche il metabolismo.  Il processo inizia molto presto: il modo in cui il bimbo viene al mondo e l’alimentazione nei primissimi mesi di vita contribuiscono a formare, a grandi linee, le popolazioni batteriche che poi “abiteranno” prevalentemente l’intestino del piccolo.

La ricerca è particolarmente impegnata su questo fronte, visto che l’equilibrio in questa popolazione potrebbe essere una delle chiavi che inizia a determinare il benessere futuro. Su due punti, in questo senso, gli scienziati si trovano d’accordo. Se possibile, meglio partorire per via naturale e procedere con l’allattamento al seno. Ma non bisogna dimenticare che anche l’attenzione alla bilancia durante la dolce attesa è importante sotto questo aspetto. Pensate solo che quando le gestanti sono in chiaro sovrappeso i batteri presenti nelle feci del neonato che verrà sono qualitativamente diversi rispetto a quelli della madre che ha controllato il peso durante la gravidanza, con il piccolo che in queste secondo caso avrà una popolazione batterica “migliore”, costituita soprattutto da bifidobatteri.

Venendo alla modalità del parto sicuramente è da preferire il parto per via vaginale, pur considerando che il microbiota, fortunatamente, potrà modificarsi anche in senso positivo con il passare degli anni.

 

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