Alimentazione e microbiota, lo stretto legame che porta all’infiammazione

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In base a quello che mangiamo, nel tempo, “disegniamo” la popolazione dei batteri che vivono nel nostro apparato digerente ed entrano in gioco in tante reazioni fondamentali per l’organismo. Attenzione agli alimenti che lo modificano in senso “infiammatorio”.

Gli esperti consigliano sempre l’alimentazione mediterranea. Non vieta nulla, ma propone molti vegetali, quindi frutta e verdura, il classico olio d’oliva extravergine, pesce, legumi, A fronte di questo, ovviamente, c’è un consumo controllato di alimenti di origine animale. Passando dal visibile all’invisibile, ci si accorge che questa impostazione si correla con un microbiota maggiormente portato a sviluppare batteri che contrastano i processi infiammatori, a fronte di altri che invece tendono ad esacerbare l’infiammazione.

L’azione dell’alimentazione sul microbiota appare fondamentale per mantenere il benessere

Si sa che uno stato infiammatorio cronico non fa certo bene al corpo. In particolare la varietà e la quantità dei batteri nell’intestino potrebbero influire direttamente sull’equilibrio delle risposte pro e antinfiammatorie nell’intestino, con un impatto sull’immunità generale, tanto che si sta cercando di capire (e le prime osservazioni sono positive in questo senso) se uno squilibrio sul microbiota potrebbe avere un significato in questo senso. Nel frattempo, una ricerca apparsa su Gut segnala come la dieta abituale possa avere un ruolo nella composizione dell’ecosistema batterico, in senso pro o antinfiammatorio.

Lo studio al microscopio

L’indagine, coordinata da Rinse Weersma dell’Università di Groningen, ha preso in esame 1425 persone con tre diverse caratteristiche: sane, pazienti di malattia di Crohn o colite ulcerosa (condizioni infiammatorie croniche intestinali) e con sindrome dell’intestino irritabile.

Sono stati effettuati prelievi di feci associati poi ad un questionario sulla frequenza alimentare per i diversi cibi, aggregando gli alimenti in 25 gruppi. In termini generali il consumo di alimenti trasformati e di origine animale sono risultati costantemente associati a un volume relativo più elevato di specie batteriche “opportunistiche”, inclusi alcuni batteri appartenenti a Firmicutes e Ruminococcus sp, con potenziale maggiore attività pro-infiammatoria.

Alimenti vegetali e pesce, d’altro canto, erano associati a specie batteriche “amiche” coinvolte nell’attività antinfiammatoria. Più specificamente consumare regolarmente pesce azzurro, frutta, verdura e cereali era legato a una maggiore abbondanza di batteri, come il Faecalibacterium sp, che produce acidi grassi a catena corta: questi acidi aiutano a controllare l’infiammazione e proteggere l’integrità delle cellule che rivestono l’intestino.

L’assunzione di caffè è risultata associata a una maggiore abbondanza relativa di Oscillibacter sp, mentre i latticini fermentati, come lo yogurt, erano fortemente associati a batteri antinfiammatori, come Bifidobacterium, Lactobacillus ed Enterococcus sp.

Al contrario il consumo “spinto” di carne, patatine fritte, maionese e bevande analcoliche è stato associato a un gruppo di batteri “ostili” Clostridium bolteae, Coprobacillus e Lachnospiraceae in tutti i partecipanti allo studio. In assenza di fibre, questi batteri si rivolgono allo strato di muco dell’intestino per nutrirsi, portando a un’erosione dell’integrità dell’intestino. Pur se si tratta di uno studio osservazionale, quindi senza un rapporto causa-effetto, le osservazioni sono sicuramente interessanti.

Il consiglio finale degli esperti

Diete a lungo termine arricchite di legumi, verdura, frutta e noci; una maggiore assunzione di alimenti vegetali rispetto a quelli animali con una preferenza per latticini fermentati a basso contenuto di grassi e pesce; evitando le forti bevande alcoliche, la carne lavorata ad alto contenuto di grassi e le bevande analcoliche, hanno un potenziale per prevenire i processi infiammatori intestinali attraverso il microbiota intestinale.

Oltre alla quantità di verdura e frutta consumate, sempre maggiore rilievo ha la varietà, perché solo variando le diverse fibre dietetiche potremo garantire un adeguato nutrimento alle differenti specie di batteri che popolano il nostro microbiota. Da un lato dovremo contrastare un tratto innato del comportamento alimentare umano: la tendenza a ripetere il consumo dei medesimi alimenti; è stato un tratto geneticamente protettivo in quanto l’eccessiva curiosità esponeva al rischio di consumare un alimento velenoso.

Tuttavia questo rischio non esiste più e, al contrario, la rinnovata sensibilità nei confronti della biodiversità del sistema agricolo è un esempio di come l’attenzione alla sostenibilità ambientale possa tornare utile alla anche nostra salute. Il microbiota sembra essere uno dei “mediatori” più rilevanti dei reciproci vantaggi che la salute del pianeta, e quella dell’essere umano, possono ottenere.

Commento di Michele Sculati, Medico, Specialista in Scienza dell’Alimentazione
Fondazione Istituto Danone

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