22 Settembre 2014

Musica, Maestro!

In questo post..

"Om Mani Padme Om". Il mantra dei monaci tibetani non aiuta solo l'anima, ma anche il corpo, perché contribuisce a rendere più regolare il battito del cuore e a rallentare la respirazione.

A migliorare le condizioni di due tra gli organi più importanti del corpo, in ogni caso, è la ripetitività della litania che diventa una sorta di melodia.

A dirlo è una ricerca condotta qualche tempo fa da Luciano Bernardi del Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Pavia apparsa sul British Medical Journal, che ancora una volta conferma come il ritmo, e più in generale la musica, siano due elementi fondamentali per il benessere.

Questo studio è solo uno dei tasselli a favore delle sette note.

Già in precedenza, la stessa equipe di ricercatori aveva pubblicato sulla rivista Circulation uno studio che aveva ineffabilmente dimostrato come cuore e polmoni tendano a sincronizzare la loro attività con le note del pentagramma, tanto che l’ascolto di brani musicali “dolci”, rallentando il battito cardiaco e contribuendo ad abbassare la pressione, potrebbe divenire un utile supporto per la riabilitazione delle persone che hanno subito un infarto o un ictus.

Nella loro sperimentazione, gli studiosi hanno dato spazio alla classica e alla lirica, alternando la nona Sinfonia di Beethoven con un’aria della Turandot di Puccini, una cantata di Bach con il “Va Pensiero” dal Nabucco o  il “Libiam nei lieti calici” dalla Traviata di Verdi.

Effetto sulle calorie introdotte

Se per il cuore gli effetti delle sette note appaiono quindi ormai chiari, pare proprio  che il giusto accompagnamento musicale possa rappresentare anche un mezzo per ridurre l’introito calorico e quindi consentire un più efficace controllo ponderale.

A dirlo è uno studio condotto all’Università di Cornell dall’equipe di Brian Wansink, Direttore del “Food and Brand Lab” presso lo stesso ateneo.

Secondo questa curiosa ricerca, cenare in un ristorante in cui si suona una musica soft e le luci sono soffuse consente di consumare mediamente 175 calorie in meno e di sentirsi più felici e sereni.

Il cambio di atmosfera, sempre in base a quanto riportano gli scienziati in un documento della stessa università, permetterebbe di ridurre l’introito calorico di circa il 18 per cento, con evidenti effetti, nel tempo, sulla linea e sul benessere psicofisico. Per quanto riguarda le musiche più consigliabili al ristorante, vale la pena ricordare quanto consigliava qualche anno fa David Aldridge, un ricercatore notissimo nel settore: per una cena tranquilla e dai giusti stimoli ambientali, nulla di meglio di sinfonie di Haydn eBach, ideali per  favorire il piacere della tavola. Si tratta, vale la pena di ricordarlo, solo di un’osservazione non pubblicata su riviste di altissimo livello scientifico, ma in ogni modo il dato conferma ancora una volta gli effetti della musica (in questo caso dolce e soffusa) sulla psiche umana.

Il calo dell’introito calorico, peraltro, potrebbe incrementare ancora, visto che esisterebbe un vero e proprio legame tra emozioni (comprese quelle percettive) e fisiologia.

Secondo Michael Miller, Direttore del Centro di Cardiologia Preventiva presso l’Università di Maryland, che ha pubblicato  una ricerca ad hoc  sulla rivista  Medical Hypotheses, “quando siamo sottoposti a stimoli piacevoli (come appunto quelli della musica che più si gradisce, ndr.) il cervello rilascia endorfine o composti ad azione simile, che a loro volta possono favorire il rilascio di ossido nitrico. Questa sostanza, ad azione protettiva, aiuta le arterie a dilatarsi, riduce l’infiammazione, combatte l’aggregazione delle piastrine che vanno a formare le placche che restringono il calibro dei vasi sanguigni”.

 La musica come terapia nella storia della medicina

Il La per il fegato, il Do per il cuore, il Fa per la milza, il Sol per i polmoni e il Re per i reni. Con il medico che diventa un perfetto direttore d’orchestra.

Secondo i testi della medicina cinese ci sarebbe uno stretto rapporto tra le note e il suono che emettono gli organi principali, sia al classico tocco del curante che all’auscultazione.  In base al registro e al tono acuto o grave delle diverse note, si arriva a riconoscere le malattie.

Peraltro, già nei testi indiani del 2000 avanti Cristo, come  il “Trattato di Sushruta”, si parla dell’azione terapeutica della musica e degli strumenti medicinali.

Suonando alcuni strumenti, infatti,  si allontanerebbero dal corpo le tossine in caso di avvelenamento da cibi alterati e si curerebbero i disturbi dell’apparato digerente, inappetenza, indigestioni, coliche, asma. Inoltre si descrive anche un complesso procedimento per ottenere una pasta, a base di ceneri, polveri di una cinquantina di piante, limatura di ferro, il tutto lungamente bollito, con la quale spalmare gli strumenti musicali, al fine di ampliarne le facoltà terapeutiche.

Venendo a tempi più moderni per Pitagora, matematico e medico, la musica era espressione dell’armonia cosmica; le basi aritmetiche erano state create grazie alla scoperta dei rapporti quantitativi tra gli intervalli e Pitagora addirittura sembrava impiegare la meloterapia per trattare le malattie mentali.

Stessa strategia applicava Talete, sempre per le patologie che oggi definiremmo neuropsichiatriche, mentre Democrito curava con il flauto la sciatica e Lucano e Eliodoro di Emesa puntavano ad arrestare le emorragie battendo su un tamburo.

Fonte:  Psychological Reports

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