Il disgusto per un cibo? Forse serve a proteggerci

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Ci sono alimenti che proprio non riusciamo a mandare giù. A volte per le loro caratteristiche di gusto ed aroma, in altri casi perché magari sono eccessivamente maturi o magari sono ancora indietro nel processo di cottura. Ciò che conta è che ci sono caratteristiche dei cibi, dalla consistenza al profumo fino all’immagine che offrono, capaci di spingersi verso la repulsione.

E non solo quando si è bambini, con le scelte più facilmente condizionate anche a meccanismi selettivi, o magari in gravidanza, con le classiche “voglie”. Come si sviluppano questi meccanismi? Una ricerca americana prova a far luce sul fenomeno in chiave evoluzionistica. E ne emerge un quadro sicuramente interessante, che può contribuire a spiegare cosa c’è alla base del disgusto: un meccanismo innato di protezione.

Repulsione come meccanismo di difesa

Il “non mi piace” quindi, alla faccia del “bon-ton”, potrebbe nascondere effetti positivi per il benessere. A giustificare le reazione di repulsione a tavola è un’originale ricerca che addirittura arriva a vedere questa abitudine come un meccanismo antropologico per conservare la specie umana sulla via dell’evoluzione. Lo studio è stato condotto dagli esperti dell’Università Washington di Saint Louis coordinati da Theresa Glldner ed è stato pubblicato sulla rivista dell’accademia delle scienze americana, Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). L’obiettivo della repulsione verso uno o più alimenti, stando a questo studio, sarebbe proprio conservare il benessere.

A creare la sensazione di disagio che impedisce di avvicinare alla bocca un alimento e nei casi più “seri” addirittura di sentirne l’odore – pena l’improvvisa comparsa di nausea incontrollabile – contribuirebbero sistemi che debbono evitare l’insorgenza di infezioni su base alimentare.  Lo studio ha preso in esame una popolazione di indigeni dell’Ecuador, particolarmente esposti per motivi ambientali ai rischi di contaminazioni batteriche e virale degli alimenti. Queste persone sono poi state suddivise proprio in base al senso di repulsione che provavano nei confronti degli alimenti, ovvero si sono considerati i più “schifiltosi” e quelli che invece trangugiavano di tutto.

Nei primi si è visto che in genere i “segnalatori” che indicano la capacità di risposta difensiva nei confronti delle infezioni erano mediamente più bassi, come se in qualche modo essere particolarmente sensibili agli odori e ai sapori degli alimenti e il possibile senso di avversione a determinati cibi potesse rappresentare un meccanismo “difensivo”.

Un ruolo per il microbiota?

Il sistema di protezione dipende molto anche dalle abitudini alimentari e per noi che siamo particolarmente “esposti” a cibi raffinati, essere più “schifiltosi” appare molto più facile, pur se ovviamente i piaceri della gola e le ricette che coinvolgono occhi, naso e palato diventano “guide” per le scelte alimentari.

Attenzione però: a mediare questi meccanismi, forse, ci sarebbe anche il microbiota, ovviamente diverso da persona a persona e comunque in grado di influire in qualche modo sulle scelte, subendone al contempo l’azione. Questo fattore, se ulteriori studi lo confermeranno, potrebbe influire anche sul fronte delle preferenze e dell’impossibilità di sopportare aromi e sapori.

 

 

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