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Il cibo che aiuta il cervello a invecchiare bene

Scegliere con attenzione gli alimenti che compongono la dieta quotidiana può rappresentare una strategia vincente per prevenire e comunque rallentare i cambiamenti fisiologici ai quali il cervello va incontro con il passare degli anni.

Il cibo che aiuta il cervello a invecchiare bene

Cambiamenti sotto controllo a tavola1
Gli anni che passano si portano dietro anche una serie di cambiamenti fisiologici che riguardano sia il fisico sia la mente: si indeboliscono i muscoli, ma si perdono colpi anche per quanto riguarda la memoria, il linguaggio e le altre “funzioni cognitive”. E in una popolazione che invecchia questi problemi di declino cognitivo stanno diventando sempre più comuni, con un peso notevole sulla qualità di vita delle persone e sui costi per i sistemi sanitari, soprattutto quando i disturbi minori si trasformano nel cosiddetto decadimento cognitivo lieve o addirittura in forme di demenza. Molti esperti puntano l’attenzione sui fattori di rischio e sui comportamenti che potrebbero aiutare a prevenire o rallentare le modifiche strutturali e funzionali del cervello che invecchia. Ancora una volta sotto i riflettori finisce il cibo, dal momento che sono numerosi gli studi che sottolineano le interazioni tra regimi alimentari o particolari alimenti con il rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa, come per esempio l’Alzheimer.

Non solo prevenzione con il cibo2,3
Sono davvero numerose le sostanze contenute nel cibo che hanno dimostrato di avere un ruolo importante nella prevenzione dei disturbi cognitivi, incluse alcune forme di demenza. Tra le più note si possono citare: l’acido folico che nel caso della malattia di Alzheimer sembra inibire l’accumulo del beta-amiloide (la vitamina D che migliora la performance cognitiva), il resveratrolo contenuto anche nel vino rosso, i grassi “buoni” omega3 e molti metaboliti secondari delle piante come flavonoidi, alcaloidi e terpenoidi, importanti soprattutto per le loro proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Ma con il cibo non ci si ferma alla prevenzione. Un articolo recentemente pubblicato su Advanced Nutrition, guarda ad alcune molecole generalmente assunte con il cibo che potrebbero trasformarsi in vere e proprie terapie di alcuni disturbi neurodegenerativi. “Le ricerche recenti hanno messo in luce alcune caratteristiche o meccanismi comuni a molte di queste patologie come per esempio lo stress ossidativo e l’infiammazione immunomediata” spiegano gli autori, ricordando che le differenze che si osservano tra i pazienti dipendono, almeno in parte, anche dall’alimentazione. Da qui l’idea di intraprendere studi mirati – ad oggi ancora in corso – per valutare alcune molecole potenzialmente utili come i polifenoli, i curcuminoidi e gli omega3.

La dieta – non il singolo alimento – può fare la differenza1,2
Guardare al singolo alimento come arma di prevenzione potrebbe non essere la scelta migliore. “L’alimentazione umana è molto complessa ed è particolarmente difficile riuscire a separare gli effetti dei singoli alimenti consumati sulla salute” affermano gli autori di uno studio recentemente pubblicato su Alzheimer’s & Dementia, nel quale si valuta il ruolo di un particolare regime alimentare sui cambiamenti cognitivi nelle persone anziane. Confrontando la dieta occidentale (ricca di carne rossa, cereali raffinati, zucchero e prodotti caseari ad alto contenuto di grassi) con una dieta definita “prudente” (vicina alle diete sane raccomandate, fatta di tanta frutta, verdura, pesce, cereali integrali, legumi) gli autori sono giunti alla conclusione che seguire la dieta occidentale può aumentare i declino cognitivo, mentre seguire quella più sana lo diminuisce. Ma non basta: una dieta prudente può essere utile per tamponare i danni creati dalla dieta occidentale. Alla luce di queste osservazioni, appare chiaro che anche altri regimi alimentari, come per esempio la dieta mediterranea (molto simile a quella “prudente”) e quella asiatica (ricca di sostanze antiossidanti) possono essere considerati amiche del cervello.

Fonti:
1. Shakersain B, et al. Alzheimers Dement. 2016 Feb;12(2):100-9.
2. Mendiola-Precoma J, et al. Biomed Res Int. 2016;2016:2589276.
3. Bigford GE & Del Rossi G. Adv Nutr. 2014 Jul 14;5(4):394-403.

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