News in termini di vitamina D
14 febbraio 2012
E' noto che una grave carenza di vitamina D, anche in presenza di normale apporto dietetico di calcio e fosfati, determina la comparsa di malattie quali rachitismo e osteomalacia.
Per questo motivo la profilassi di tali malattie mediante somministrazione orale di vitamina D e/o mediante supplementazione di alimenti per l'infanzia (latte in primis) nei paesi industrializzati è ormai la regola, anche se a tutt'oggi non vi è ancora completo accordo sulla dose di supplementazione.
Dobbiamo anche considerare che la lieve carenza di vitamina D anche nelle epoche di vita successive, specie se associata ad inadeguati livelli di assunzione di calcio con la dieta, può insidiosamente contribuire alla comparsa di altre patologie, soprattutto l'osteoporosi, ma anche alcune neoplasie (mammella, ovaio, colon, prostata), malattie cardiovascolari, psoriasi, depressione, artrite reumatoide, ecc., suggerendo che la vitamina D svolge effetti funzionali che vanno oltre la regolazione del metabolismo osseo e minerale.
Alla luce di questi dati risulta evidente l'importanza sia di una adeguata assunzione dietetica o mediante supplementazione di vitamina D, in particolare nelle prime epoche di vita e successivamente almeno nel corso del periodo puberale-adolescenziale, sia di adeguate assunzioni di calcio in ogni fase della vita.
Oggi molti ricercatori si trovano d'accordo sul fatto che il range di un "adeguato intake" (AI) fissato attualmente a 5 µg/d (200IU) è basso (Vieth 2004; Vieth et al 2007; Bischoff-Ferrari et al 2006; Heaney et al 2000; Hollis 2005; Zittermann 2003). Per la vitamina D bisognerebbe cambiare la prospettiva di valutazione di adeguatezza avendo come end point il livello plasmatico di 25(OH)D a cui contribuisce la assunzione orale ma anche la esposizione alla luce solare.
Il ruolo preventivo della vitamina D nei confronti delle malattie croniche si osserva con assunzioni ( 20-25 µg/d, 800-1000 IU) (Dawson-Hughes et al 2005) più elevate degli AI attualmente in uso (5-10 µg/d, 200-400 IU). Vieth (2004) e Bischoff-Ferrari et al (2006) suggeriscono che gli uomini e le donne necessitano di almeno 20-25 µg/d (800-1000IU) al giorno di vitamina D per raggiungere una concentrazione sierica di 25(OH)D di 75 nmol/l. Sebbene la concentrazione sierica di 25(OH)D rappresenti in maniera condivisa il miglior indicatore di carenza e tossicità di vitamina D, il valore limite non è stato chiaramente definito (Zittermann 2003).
La ricerca recente suggerisce che i valori limite di 25(OH)D dovrebbero essere più alti: alcuni autori suggeriscono che il range di 75-125 nmol/L (30 ng/mL and 50 ng/mL) indica un range di stato salutare e che i valori al di sotto di 80 nmol/L (32 ng/mL) dovrebbero essere indice di carenza (Heaney et al 2000). In particolare Holick et al (2007) indicherebbero come livelli raccomandabili di supplementazione di vitamina D 600-1000 IU/die per i lattanti, i bambini e gli adolescenti fino ai 18 anni di età, e 1500-2000 IU/die per gli adulti di età superiore ai 18 anni, considerando come livello massimo tollerabile (UL) di vitamina D 2000 IU/die per i lattanti e i bambini nel primo anno di vita, 4000 IU/die per i bambini di età compresa tra 1 e 12 anni e 10.000 IU/die per bambini di età superiore a 13 anni e per gli adulti.
L'American Academy of Pediatrics nel 2008 ha indicato che l'intake minimo giornaliero di vitamina D per i lattanti, i bambini e gli adolescenti dovrebbe essere 10 µg/d (400 IU) (Wagner et al 2008).
Inoltre sarebbe consigliabile una adeguata campagna di educazione nutrizionale che indirizzi la popolazione ad un maggior consumo di cibi ricchi di calcio e l'industria alla fortificazione di alcuni prodotti alimentari o alla disponibilità di integratori contenenti calcio in modo di consentire a tutti un adeguato intake. A tale proposito potrebbe essere utile da una parte esercitare una pressione sulle industrie del settore lattiero-caseario, ormai sempre più sensibili alle sollecitazioni scientifiche, perché forniscano prodotti adeguatamente fortificati in calcio ed eventualmente modificati (quantitativamente e qualitativamente) nella quota lipidica, con innalzamento del rapporto grassi polinsaturi/saturi, ottemperando in tal modo alle esigenza sia di crescita che di prevenzione, e d'altra parte insistere con la raccomandazione di non abbandonare l'abitudine al consumo di latte e derivati, in particolare attraverso la prima colazione, per non compromettere l'aspetto educativo nutrizionale in un periodo della vita in cui le mode alimentari e le auto prescrizioni dietetiche vanno facilmente a sovrapporsi a tradizioni debolmente radicate.
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