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Cibo, umore e obesità: un intreccio complesso

In termini tecnici viene definito “emotional eating” e indica l’atto di mangiare spinti non dalla vera fame ma piuttosto dalle emozioni e dall’umore. La scienza ha dimostrato che anche dietro a un fenomeno apparentemente solo (senti)mentale ci sono basi biologiche precise, ma non ancora del tutto note.

Cibo, umore e obesità: un intreccio complesso

Un legame a doppio filo
Il cibo che mangiamo influenza l’attività del cervello e le nostre emozioni. Di contro il cervello e le emozioni influenzano le nostre scelte alimentari in termini di qualità e quantità. Un articolo pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology fa il punto della situazione mettendo in luce il complesso legame tra cibo, umore e obesità e sottolineando, come dice l’autrice Minati Singh della University of Iowa, che “gli studi finora condotti evidenziano il legame bi-direzionale tra i tre concetti cibo, umore e obesità”. Innanzitutto vale la pena ricordare che molti disturbi dell’umore sono associati a comportamenti alimentari anomali: in caso di obesità si ha un maggior rischio di depressione e il rischio raddoppia in presenza di diabete, l’umore depresso dal canto suo si associa a obesità addominale e ad una cattiva alimentazione. Inoltre disturbi del sistema nervoso centrale sono stati collegati all’obesità che a sua volta influenza la salute fisica e mentale. “Il comportamento alimentare negli uomini è determinato da molti fattori differenti, tra i quali anche l’umore e le emozioni, soprattutto rabbia e gioia che hanno la maggior influenza sull’appetito” spiega l’esperta.

Una vera e propria dipendenza
Comprendere la biologia che si cela dietro all’emotional eating non è affatto semplice anche perché le reazioni innescate da situazioni o stimoli simili possono portare a conclusioni completamente differenti nei singoli individui. È il caso per esempio dello stress e delle emozioni negative che portano alcune persone a perdere l’appetito e altre a rifugiarsi nel cibo, in particolare in quello che viene definito “comfort food”. Così facendo però si rischia di innescare un circolo vizioso: il cibo “di conforto” è spesso molto calorico e può portare in ultima istanza all’obesità che a sua volta aumenta il rischio di ansia e depressione. Non mancano gli studi che vedono il continuo rivolgersi al cibo come una vera forma di dipendenza che coinvolge i cosiddetti “circuiti della ricompensa coinvolti anche nelle dipendenze più classiche e che interessano alcune aree particolari del cervello come la regione frontale e l’amigdala e il sistema limbico. Tra i principali sistemi di neurotrasmettitori coinvolti nella determinazione del comportamento alimentare si possono citare in particolare quelli di serotonina e dopamina, ma anche quelli di oppioidi e GABA (Acido Gamma Ammino Butirrico), i cui livelli si modificano anche in risposta al cibo. Sono ancora molti i dettagli da chiarire prima di poter definire con chiarezza il legame tra cibo e “ricompensa” a livello neurologico, ma si pensa che la dopamina sia più coinvolta nell’aspetto quantitativo (il “volere” cibo), mentre gli oppioidi in quello più edonistico (il “piacere” che si prova nel consumare un determinato cibo).

Neurotrasmettitori, ormoni e molto altro ancora
Le numerose ricerche svolte nel settore, hanno dimostrato che il cibo ha il potere di regolare il sistema dei neurotrasmettitori e che queste regolazioni riescono a influenzare l’umore e le performance personali andando a modificare la struttura, la chimica e la fisiologia del cervello. Il cioccolato per esempio contiene sostanze psicoattive come le andamine che stimolano il cervello favorendo il buonumore, la caffeina blocca i recettori dell’adenosina aiutandoci a superare la fatica, gli omega3 contribuiscono a mantenere fluide le membrane cellulari occupando così un posto di primo piano nello sviluppo e nel funzionamento cerebrale. Per altri micronutrienti come tiamina, ferro e acido folico non mancano prove dell’influenza sull’umore, ma i meccanismi non sono ancora noti. Troppi acidi grassi circolanti nel sangue possono danneggiare le vie di trasmissione dei segnali che passano attraverso i recettori di leptina e insulina, due ormoni noti per la loro influenza sull’umore oltre che sull’appetito (la leptina in un certo senso “dice” al cervello quando è ora di smettere di mangiare) e sul livello di glucosio nel sangue (regolato dall’insulina). Ma si mangia anche in risposta allo stress e in questo caso vengono coinvolti i glucocorticoidi, ormoni che attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-ghiandole surrenali influenzano le emozioni e gli effetti dello stress sul comportamento, anche quello alimentare.

Fonte:
Singh M. Front Psychol. 2014 Sep 1;5:925.

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