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Attività fisica, cibo e cervello: un legame complesso e molto stretto

Muoversi regolarmente aiuta a prevenire e a tenere sotto controllo alcune patologie neurologiche tipiche dell’invecchiamento, mentre il cibo è importante per contrastare la fatica del movimento.

Attività fisica, cibo e cervello: un legame complesso e molto stretto

Esercizio per un cervello sempre al top1
Sono sempre più numerosi gli studi che legano in modo indissolubile l’attività fisica al buon funzionamento del cervello e di tutto il sistema nervoso. Il movimento ha infatti la capacità di influenzare i processi cognitivi ed è risultato associato alla riduzione di una serie di patologie mentali come depressione e ansia, o neurologiche come l’Alzheimer. Associare un programma di attività fisica a una dieta bilanciata rappresenta la strategia più efficace per ridurre gli effetti negativi per il cervello della sedentarietà e di un’alimentazione troppo ricca di grassi e aiuta a migliorare la salute del sistema nervoso. E con l’allenamento non si modifica solo la forma dei muscoli ma anche quella del cervello, come dimostra una review pubblicata su Sports Medicine, dove si legge che l’ippocampo, una regione del cervello molto importante per l’apprendimento e la memoria, è più grande nei bambini fisicamente più “in forma”. Lo stesso discorso vale per chi è più avanti con gli anni: il volume dell’ippocampo e del lobo temporale mediale sono più grandi negli adulti fisicamente più attivi, e negli anziani l’esercizio aerobico aumenta la dimensione della regione anteriore dell’ippocampo, portando anche a miglioramenti nella memoria spaziale. Infine, ma non per questo meno importante, l’attività fisica è in grado di regolare le neurotropine, e in particolare una di queste molecole, chiamata BDNF, fondamentale per garantire la plasticità e la crescita neuronale.

Se la dieta è giusta la fatica si riduce1
Una delle cause della riduzione della performance durante l’esercizio è la fatica che può manifestarsi sia a causa di un accumulo di specifici metaboliti, sia per l’esaurimento del “carburante” e che è generata anche da meccanismi legati al sistema nervoso centrale. È quella che gli anglosassoni chiamano “central fatigue” e che viene modulata da una serie di neurotrasmettitori: molecole come serotonina, dopamina e noradrenalina rappresentano i punti di contatto e di trasmissione del segnale tra i neuroni, e i cambiamenti nei livelli dei neurotrasmettitori dovuti all’attività fisica possono avere un ruolo nella fatigue. Numerosi studi si sono dedicati alla ricerca di soluzioni nutrizionali per ridurre o posticipare la fatigue, giungendo a risultati importanti anche se non definitivi. L’acqua occupa anche in questo caso un posto di rilievo: la disidratazione può infatti influenzare la stabilità dell’ambiente cerebrale durante l’esercizio e, se prolungata, può danneggiare le funzioni esecutive come la pianificazione e l’elaborazione visuospaziale. Gli aminoacidi a catena ramificata (leucina, isoleucina e valina) insieme ai carboidrati regolano la produzione di molecole fondamentali per il funzionamento del cervello (in particolare la serotonina), mentre la tirosina potrebbe essere di aiuto, almeno in parte, nel migliorare la tolleranza all’esercizio praticato in ambienti con alte temperature. Da non dimenticare, inoltre, che i carboidrati riducono la fatica negli esercizi di lunga durata e la caffeina induce una maggior concentrazione di dopamina a livello cerebrale.

In movimento contro l’Alzheimer2,3
L’attività fisica è importante per la salute a tutte le età, anche quando si supera la fatidica soglia della terza età. In questa fase della vita infatti muoversi non significa solo mantenere giovane il corpo, ma anche la mente dal momento che sono sempre più numerosi gli studi che dimostrano come l’attività fisica sia un’abitudine di vita importante per la prevenzione di alcuni tipi di demenza, prima tra tutte l’Alzheimer, e per la gestione della malattia una volta insorta. In realtà, i risultati degli studi non sono omogenei e pur essendoci prove chiare del fatto che l’esercizio aerobico aumenta il volume dell’ippocampo nelle persone anziane, contrastando l’atrofia tipica dell’età avanzata, non esiste la certezza che questo aumento di volume corrisponda anche a un miglioramento delle funzioni cerebrali. Nonostante le incertezze, che potrebbero essere legate anche ai protocolli di ricerca dei singoli studi, dati recenti suggeriscono che l’esercizio aerobico abbia la potenzialità di migliorare diversi aspetti delle funzioni cognitive: memoria episodica, velocità di elaborazione, aggiornamento della memoria di lavoro, e altro ancora. Il legame tra attività fisica e Alzheimer è piuttosto chiaro tanto che in un articolo pubblicato nel 2017 su BMC Public Health si legge che “Lo svolgimento regolare dell’attività fisica si associa a una riduzione del rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Inoltre tra gli anziani che soffrono della patologia o di altre demenze, l’attività fisica regolare può migliorare lo svolgimento delle attività quotidiane, la mobilità, gli aspetti cognitivi e l’equilibrio”.

Fonti:
1. Meeusen R. Sports Med. 2014 May;44 Suppl 1:S47-56.
2. Jonasson LS, et al. Front Aging Neurosci. 2017 Jan 18;8:336.
3. Ginis KA, et al. BMC Public Health. 2017 Feb 17;17(1):209.

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