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Sensibilità al glutine: quanto è importante?

Sensibilità al glutine: quanto è importante?

Oltre sei milioni di italiani potrebbero soffrire di una patologia, definita “sensibilità al glutine“, che si manifesta in seguito all’assunzione di cereali ed è caratterizzata da sintomi quali gonfiore addominale, meteorismo, difficoltà digestive, eczemi, prurito e cefalea. A provocarli sarebbe il glutine, proteina presente in quantità elevate in alimenti come frumento, orzo e segale.

Partenza di un nuovo studio

Al fine di determinare la reale esistenza di questa malattia e calcolare con precisione il numero di pazienti colpiti, l’Associazione Italiana Gastroenterologi ed endoscopisti Ospedalieri (AIGO) ha lanciato un nuovo studio su scala nazionale, in occasione del “Corso nazionale AIGO 2012: dalla fisiopatologia alla pratica clinica” tenutosi a Pisa.

I ricercatori intendono arruolare 1.000 pazienti in tutta Italia e verificare, attraverso specifici controlli, quanti di essi mostrino sintomi effettivamente attribuibili alla sensibilità al glutine.

Questo disturbo colpisce pazienti che non sono né celiaci né allergici al grano e, rispetto alla celiachia (di cui soffre un italiano su cento), potrebbe riguardare un numero di persone ben più ampio, compreso tra il 5% e il 10% della popolazione. Esso inoltre, a differenza della celiachia, provoca sintomi clinici che insorgono a breve distanza dall’assunzione di glutine e che altrettanto rapidamente regrediscono in seguito ad una dieta che ne sia priva.

Un quadro da definire

I sintomi della sensibilità al glutine possono includere: sintomi gastrointestinali (meteorismo, dolore addominale, diarrea, nausea, vomito) e sintomi extra-intestinali, comprensivi di quelle che sono state definite “neuropatie idiopatiche glutine-correlate” (cefalea, emicrania, letargia, astenia, ADHD, autismo, schizofrenia, disturbi neuromuscolari, artralgie).

L’ultimo studio relativo all’insorgenza ed alla diffusione della “sensibilità al glutine” nella popolazione è stato realizzato da Alessio Fasano ed Anna Sapone della Seconda Università degli Studi di Napoli e  pubblicato su BMC Medicine.

Differenti analisi sono state condotte su un campione rappresentativo della popolazione adulta, costituito da soggetti: sani, celiaci ed affetti da disturbi di lieve entità. Le ricerche cliniche hanno delineato l’esistenza di un quadro ancora da definire ed hanno evidenziato come i soggetti affetti da piccoli disturbi vadano incontro ad un sensibile miglioramento in seguito ad un periodo di dieta priva di glutine

Indicazioni pratiche

Nel caso in cui compaiono sintomi come quelli descritti è bene parlarne con il proprio medico e sottoporsi, eventualmente,   a controlli specifici  che consentano di escludere  il rischio che si tratti proprio di celiachia.

Il glutine ha un valore nutritivo estremamente ridotto e sebbene renda il pane e la pasta più piacevoli al palato, ne riduce la digeribilità. Per tale motivo, dunque, persone con difficoltà digestive o lievemente stitiche possano trarre vantaggio da un periodo di dieta che ne sia priva.

La situazione è assolutamente differente, invece, se si parla di celiachia vera e propria. Mentre nei soggetti sensibili al glutine non si evidenziano danni all’intestino, infatti, nei celiaci il glutine è una vera e propria minaccia. Esso causa una progressiva atrofia dei villi intestinali (sottili estroflessioni che consentono di aumentare la superficie della mucosa intestinale e, quindi, l’area di assorbimento dei nutrienti contenuti negli alimenti) ed induce la formazioni di anticorpi specifici rilevabili nel siero.

A cura del Prof.ssa Anna Maria Castellazzi
Direttore Centro di Ricerca Immunità e Nutrizione
Università di Pavia

Comitato Scientifico

Fondazione Istituto Danone

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