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Dal 1991 ha come obiettivo la diffusione della cultura dell'alimentazione elegata alla salute

L’uomo delle caverne ai giorni nostri

L’uomo delle caverne ai giorni nostri

L’evoluzione del metabolismo

Sei chili di frutta fresca, frutta secca e verdura al giorno, corrispondenti a grandi quantità di fibre, un terzo della giornata a tavola. Pare impossibile, eppure queste erano le basi dell’alimentazione all’epoca del Miocene: i nostri progenitori, infatti, seguivano uno stretto regime vegetariano.

Secondo una ricerca apparsa sulla rivista scientifica “Epidemiology” e condotta da studiosi dell’Università di Toronto e dell’Ospedale Saint Michael della stessa città, ritornare al regime alimentare dei i nostri antenati, nel tempo potrebbe aiutarci a mantenerci in forma e a ridurre il colesterolo LDL, quello che si accumula nei vasi sanguigni.

Ma vediamo punto per punto questa affascinate teoria antropologica. A fare la differenza tra la nostra alimentazione e quella di cinque-sei milioni di anni fa sarebbe soprattutto il consumo di grassi e proteine, praticamente assente nel Miocene, ma poi resosi fondamentale con l’inizio della caccia.
L’improvvisa disponibilità di alimenti ricchi di grassi e proteine animali avrebbe dato una prima “sterzata” all‘evoluzione del metabolismo, anche se allora la quantità di calorie introdotte era sicuramente inferiore a quella di oggi, senza considerare la necessità di “tenersi” in forma per sfuggire ai tanti nemici.
Oggi, grazie al progresso tecnologico, l‘attività fisica è molto più ridotta rispetto a quell’epoca, e questo vale anche per chi si reca regolarmente in palestra.
Non abbiamo bisogno di correre per sfuggire agli animali feroci, non dobbiamo cacciare, viviamo in ambienti riscaldati e quindi il consumo di calorie si riduce notevolmente, a fronte di un incremento nell’introito calorico.
In base a questo approccio culturale, l’uomo vivrebbe una sorta di “accelerazione” improvvisa nell’evoluzione della specie, che porterebbe a veri e propri “sbalzi” per l’organismo potenzialmente assorbibili solo in alcuni millenni.
L’attuale incremento dei tassi di obesità nelle popolazioni dei Paesi industrializzati si potrebbe quindi spiegare anche con una sorta di “problema” evolutivo della specie.


L’evoluzione del metabolismo

Sotto l’aspetto genetico, peraltro, l’uomo di oggi presenta differenze solo dello 0,003 per cento rispetto all’uomo del tardo Paleolitico, che raccoglieva radici e bacche nel suo habitat preistorico. Gli studi antropologici sull’evoluzione della specie umana confermano infatti che l’essere umano è quasi del tutto simile a quello che abitava la terra cinquantamila anni fa.
Anche il metabolismo dell’uomo e della donna del terzo millennio sono pressoché sovrapponibili a quelli degli antenati che vivevano nelle caverne, ma la profonda evoluzione delle condizioni ambientali, sociali ed economiche ha influito necessariamente sull’alimentazione e sull’attività fisica.
Le ricerche dicono che solo negli ultimi duecento anni si è verificato un notevole incremento delle disponibilità alimentari, almeno nei Paesi industrializzati.
Inoltre, le condizioni climatiche si sono modificate con l’introduzione del riscaldamento e i mezzi di trasporto hanno reso sempre più sedentario l’essere umano, con conseguenze pesanti in termini di attività fisica. Il calo progressivo dell’esercizio fisico, unito ad una maggior disponibilità di alimenti, ha quindi posto le basi per il progressivo generalizzato incremento del peso corporeo.

Non bisogna infatti dimenticare che il corpo umano si comporta idealmente come una bilancia: entrate ed uscite dovrebbero compensarsi. La sedentarietà, il conseguente minor consumo energetico e l’accumulo di grasso nell’organismo causa un’alterazione di questo bilanci. Altri fattori, oltre al rapporto “entrate-uscite”, influenzano lo sviluppo di sovrappeso, come una modificazione delle condizioni psicologiche dell’individuo. In genere, il 60-80 per cento delle calorie che il corpo consuma quotidianamente si perde nel cosiddetto metabolismo a riposo, ovvero nello svolgimento delle reazioni necessarie per il mantenimento dell’organismo. In questa fase, però, il corpo utilizza ai fini di produrre energia alcune sostanze già disponibili, come il glucosio o gli acidi grassi. Quando invece si svolge un’attività fisica (che incide sul bilancio calorico globale per il 15-20 per cento) e un lavoro muscolare protratto, l’organismo ha bisogno di un “supplemento” di energia, che trae dai depositi di grasso che si trovano nelle cellule lipidiche. Per questo motivo se si pratica poca attività fisica è estremamente difficile “consumare” il grasso in eccesso.


Il grasso non è tutto uguale

Il tessuto adiposo è fondamentale per il corpo umano, perché rappresenta una scorta di energia. Affinché non si crei un eccesso di peso, occorre che i consumi energetici e le reazioni chimiche da essi assicurati siano pari all’introito di calorie.
Quando si altera il bilancio tra “entrate” caloriche dell’organismo con gli alimenti e consumi, sottoforma soprattutto di sforzo fisico che necessita della produzione di energia, il corpo tende ad accumulare energia. E lo fa “mantenendola” a disposizione sottoforma di grasso. Il deposito porta infatti al “riempimento” delle cellule adipose con una “goccia” di grasso, che tende ad allargare il volume delle cellule stesse. Quando ciò si verifica si va incontro alla cosiddetta “ipertrofia” cellulare, cioè alla crescita del volume della cellula.

Ma se questo “allargamento” non è sufficiente a contenere il grasso di deposito, le cellule tendono a moltiplicarsi, in un processo che si chiama “iperplasia“. In questo caso il numero delle cellule adipose del corpo cresce: anche se con un programma di dimagrimento si ottengono i risultati voluti, per cui la cellula si “svuota” del suo contenuto lipidico riducendo le proprie dimensioni, rimane comunque un eccesso numerico di cellule adipose. Questo dà ragione della facilità delle “ricadute” quando si riprende a mangiare normalmente, perché i “contenitori” di grasso sono maggiori di quanto dovrebbero. E, se non si provvede a mantenere elevati i consumi calorici, le cellule lipidiche tendono a “riempirsi” nuovamente.


Il grasso non è tutto uguale

Esistono due tipi di cellule adipose: quelle bianche, che rappresentano la stragrande maggioranza dell’adipe presente nel corpo, e quelle brune. Queste ultime conservano al loro interno le molecole di grasso sotto forma di piccole goccioline indipendenti tra loro, e quindi più facilmente eliminabili rispetto alla “grande” ed unica goccia di lipidi che si forma nelle cellule bianche.
Inoltre, il tessuto adiposo bruno avrebbe una maggior capacità di controllare il peso corporeo perché ha come compito primario la produzione di calore. La carenza di cellule brune e la loro sostituzione con tessuto adiposo bianco potrebbe essere implicata nella genesi dell’obesità. Le cellule brune, infatti, assicurano un elevato consumo di energia, specie dopo che si sono assunti alimenti molto ricchi di lipidi, e quindi molto calorici, quasi come se fossero una sorta di “regolatore” interno del peso: più si mangia, più energia viene prodotta al fine di mantenere nella normalità l’equilibrio metabolico del corpo.
Le cellule bianche, che sostituiscono autonomamente e progressivamente negli anni quelle brune – perché non hanno da svolgere alcuna funzione di “produzione” di calore nelle nostre condizioni ambientali -, sono invece veri e propri “serbatoi” di grasso. Grasso che si accumula e viene “somministrato” all’organismo in continuazione, indipendentemente dal fatto che si mangi o meno.
Per questo si pensa che questo tipo di cellule servissero da “magazzini” di energia in fasi storico-evolutive in cui si verificavano carenze di cibo.
Le cellule brune tendono comunque a consumare l’energia in eccesso, quando ovviamente non si esagera eccessivamente con l’alimentazione, mentre le cellule bianche conservano la maggior parte dei lipidi che arrivano dai cibi, se non si fanno sforzi fisici che giustifichino la necessità per il corpo di “attingere” a queste riserve.


Il grasso non è tutto uguale

I due tipi di cellule sono distribuite in modo diverso all’interno dell’organismo. Normalmente, infatti, il grasso sottocutaneo è rappresentato quasi esclusivamente da cellule bianche, mentre quello che si trova all’interno del corpo contiene numerose cellule brune.

Quando si esagera con l’alimentazione, in particolare con i lipidi, non c’è bisogno di un’elevata produzione di calore perché le condizioni climatiche non lo richiedono e non si pratica una regolare attività fisica il corpo mette in atto un negativo meccanismo di trasformazione: al posto delle cellule brune, nate per conservare l’energia per poco tempo, si sviluppano in quantità cellule adipose bianche, che invece hanno il compito di fare da “deposito” dei lipidi.
Col tempo, se non si riduce l’introito calorico o non si alza il consumo, le cellule bianche prima si “gonfiano”, poi si moltiplicano numericamente fino a costituire la sede di grandi quantità di grasso interno.

Questo processo, che si sviluppa nell’arco di anni nel momento in cui si introducono più calorie con la dieta di quante non se ne consumino con l’attività fisica, porta allo sviluppo del sovrappeso (diagnosticato con un indice di massa corporea compreso tra 25 e 29,9 kilogrammi per metro quadrato) e dell’obesità (IMC che diventa superiore a 40 kilogrammi per metro quadrato nella grande obesità). Può inoltre dare il via alla sindrome metabolica, un insieme di passaggi che conducono ad una minor sensibilità all’azione dell’insulina (l’ormone che tampona l’eccesso di glucosio nel sangue) e quindi al diabete, all’aumento del colesterolo e dei trigliceridi nel sangue e all’innalzamento della pressione arteriosa.

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